L’ottimismo della volontà

Nata nel cuore del distretto industriale emiliano romagnolo, in oltre 38 anni di attività Valmatic, si è affermata come realtà di riferimento nel mercato internazionale del confezionamento monodose. Dagli esordi temerari fino alla crescita su scala globale, una storia appassionante e a tratti rocambolesca.

Le storie sono più interessanti se raccontate attraverso gli uomini che ne sono protagonisti. Tanto più se, chi parla, mentre elenca fatti e accidenti, sembra quasi domandare scusa per ciò che non ha saputo capire, come a ribadire che c’è sempre modo e tempo per far meglio…

Maurizio Levratti, titolare di Valmatic, è figlio di una terra – l’Emilia – in cui si avverte radicata una cultura in cui è ancora vivo il diritto a perseguire la felicità e a quel minimo di mezzi materiali che la rendono possibile, così che la vita di tutti sia degna di essere vissuta.

Con umana intelligenza, capacità di iniziativa e senso del dovere ha portato avanti un progetto, sorprendente per l’insieme delle circostanze, combinando sapere collettivo e tecnico, e che non si esaurisce nella sola crescita economica, nell’intima convinzione che non è da questo che scaturisce il vero benessere. Per questo la storia di Valmatic sembra essere quella di un “ennesimo inizio”…

Oggi, l’azienda di San Prospero (MO) ha radicato il proprio core business nel confezionamento monodose di prodotti di diverso tipo (liquidi, cremosi, gel, granulati…) per i settori alimentare, cosmetico, nutraceutico, farmaceutico e chimico. La scelta di posizionarsi in questo segmento di mercato, negli anni si è rivelata vincente a fronte di un’evoluzione dei trend di consumo e degli stili di vita, che ha portato un numero sempre maggiore di clienti a scegliere questa forma di confezionamento per la vendita dei loro prodotti. Ma la strada della crescita non è stata tutta in discesa. Tenacia, intraprendenza e capacità di reinventarsi hanno infatti guidato l’azienda al successo, attraverso le difficili sfide riservate a chi, da zero, costruisce le proprie fortune.

Nel tempo Valmatic ha saputo ampliare e diversificare la propria offerta, sviluppando linee termoformatrici per la produzione e il riempimento di contenitori one-time-use, in un ampio ventaglio di formati e materiali.

Le vostre macchine vengono vendute sul mercato internazionale, o utilizzate internamente per la lavorazione conto-terzi. Quale è il rapporto tra le due attività?

La vendita di macchine garantisce certamente un utile importante, ma la maggior parte del fatturato è generato dal nostro servizio di packaging conto-terzi, un “full- service” che, dalla creazione del contenitore monodose anche personalizzato, prosegue fino alla realizzazione dell’imballo secondario.

Tuttavia è difficile definire quale sia il rapporto effettivo tra le due attività che, sinergiche e complementari, si “contaminano” reciprocamente.
Infatti, nel costruire macchine destinate alla vendita, maturiamo un’esperienza che mettiamo poi a frutto nella lavorazione conto terzi. Viceversa, l’efficienza e la qualità dei processi interni offrono un esempio tangibile del know how che mettiamo a disposizione dei clienti che, spesso, hanno bisogno di essere guidati nella scelta di formati e materiali. Se questi ultimi, infatti, devono essere selezionati con cura, in base alla compatibilità con i prodotti da confezionare, per quanto riguarda il formato, siamo in grado di proporre agli utilizzatori soluzioni interessanti e originali, grazie a un ampio assortimento di stampi.
D’altronde, per nostra cultura, siamo abituati a trattare il cliente come un partner: ascoltiamo con attenzione le sue esigenze e siamo disponibili a una stretta collaborazione, sia in fase di sviluppo che di test, per soddisfare i requisiti richiesti ottimizzando le tempistiche. Ci è anche capitato di condividere investimenti necessari a realizzare soluzioni specifiche, poiché nulla viene sprecato; strumenti e competenze acquisite, possono sempre tornare utili.

L’affidabilità, l’umanità e l’entusiasmo che mettiamo in quello che facciamo sono apprezzati e riconosciuti dal mercato: un approccio che, sono convinto, rappresenti un vero plus sul piano competitivo.

Questa è storia di oggi. Facciamo un passo indietro… Com’è nata Valmatic?

Tutto è iniziato negli anni ‘80, quando mio cognato mi chiese un aiuto economico per dare vita a una società. Aveva infatti deciso di mettersi in proprio a costruire macchine per il confezionamento di supposte, sfruttando l’esperienza tecnica maturata lavorando come caporeparto in un’azienda del settore. Io, che all’epoca ancora non avevo alcuna conoscenza in materia, decisi comunque di sostenerlo. Così avviammo l’attività… nel garage di casa, anche se inizialmente il mio contributo è stato solo finanziario. Infatti continuavo a lavorare come impiegato, ma con qualche pensiero in più per la testa.

Come iniziò a impegnarsi direttamente nell’azienda?

Le circostanze che mi spinsero a entrare in campo in prima persona non furono delle più felici. Nel 1984, infatti, dopo il fallimento di un cliente, ci trovammo con tre macchine invendute e un debito importante. Così fui costretto a licenziarmi per aiutare mio cognato a risolvere una situazione che sembrava senza via d’uscita. In realtà, colsi l’occasione per lanciarmi non senza un pizzico di incoscienza in un’impresa (quasi) impossibile, di cui però scorgevo le potenzialità. Nonostante l’inesperienza, mi diedi subito da fare e in qualche mese riuscii a vendere due delle macchine costruite, liquidando così tutti i debiti.

Mi resi presto conto che per proporsi in modo credibile nel mondo del confezionamento farmaceutico era necessario passare da un tipo di produzione “artigianale” a una modalità più strutturata. Con questo obiettivo, alla fine degli anni 80, stipulammo un accordo con un’impresa commerciale che cercava un partner stabile a cui affidare la produzione vera e propria. Per noi fu un’occasione di crescita, che ci permise di trasferirci in un piccolo capannone. Presto però ci trovammo alle prese con nuovi problemi, poiché all’inizio del ‘90 i nostri soci annunciarono di non poter finanziare una macchina che avevamo già iniziato a costruire su richiesta di un loro cliente. Determinati a proseguire, decidemmo di autofinanziare il progetto, con un notevole sforzo economico.

Ma la prova peggiore, purtroppo, doveva ancora venire. Infatti, di li a poco, mio cognato si ammalò gravemente e fu costretto ad abbandonare l’impresa.

Un duro colpo, immagino, e non solo dal punto di vista lavorativo…

Fui colto dal panico… Tuttavia, decisi di rilevare la sua quota, ma avevo bisogno di trovare qualcuno che mi affiancasse soprattutto sul piano tecnico, ambito di competenza di mio cognato. Fu così che entro in società Romolo Draghetti, nostro storico collaboratore che godeva della mia piena fiducia.

Decisi di proseguire perché avevo intuito che il confezionamento monodose conto terzi rappresentava un business dal grande potenziale, e che un’azienda come la nostra, per quanto piccola, se ben avviata avrebbe potuto diventare competitiva. Non a caso, nel muovere i primi passi in questo mercato, subimmo non pochi tentativi di ostruzionismo. In molti cercarono di comprarci al solo scopo di metterci i bastoni tra le ruote … Nonostante queste premesse, riuscimmo ad affittare un nuovo capannone a condizioni molto vantaggiose, in cambio della riqualificazione produttiva degli spazi.

 

 

 

 

 

 

 

Un nuovo inizio, insomma…

L’adeguamento delle strutture era premessa necessaria per proporci come partner affidabili ai grandi nomi del settore cosmetico e farmaceutico. Nondimeno, come in molti casi, è stata la capacità di allacciare relazioni fruttuose a procurarci l’occasione giusta per dimostrare la nostra credibilità.

Grazie a una buona dose di intraprendenza, riuscimmo ad avviare una collaborazione duratura con due aziende leader a livello internazionale – L’Oreal e Guaber – che riuscimmo a “fidelizzare” dopo le prime commesse, dimostrando la nostra serietà e il valore aggiunto che sapevamo offrire: per noi, disponibilità, precisione e rispetto delle consegne erano, e sono, priorità assolute.

Cosa producevate?
Principalmente sampling e confezioni monodose di cosmetici e prodotti casalinghi, da spedire in tutto il mondo. Assumemmo 26 persone, tutte ragazze molto giovani. Tra queste c’era anche Graziana Tassinari, che si è presto distinta per le doti manageriali, fino a diventare, negli anni, una figura chiave in azienda. L’esperienza di quegli anni ci ha permesso di acquisire un solido know how in materia di confezionamento monodose, no a diventare partner privilegiati nell’ambito del servizio conto-terzi.

Il business è man mano cresciuto, anche grazie a qualche intuizione coraggiosa. Come l’accordo con Guaber per il confezionamento delle tinture per vestiti della linea Coloreria Italiana: un progetto su cui ho scommesso sin dall’inizio e che si è rivelato vincente, perché molto apprezzato dai consumatori. Grazie alla crescita del fatturato abbiamo finanziato il miglioramento delle strutture, automatizzato i processi e incrementato l’efficienza.

Tutto questo per quanto riguarda l’attività conto terzi… Ma oggi siete conosciuti anche per le vostre macchine.
Spesso i nuovi progetti nascono nei momenti di crisi, e anche nel nostro caso andò così. Sebbene in un primo momento sia stato vantaggioso, lavorare per due grandi clienti, quasi in esclusiva, è stato di ostacolo alla diversificazione della nostra offerta. Dopo aver imparato a nostre spese che, come contoterzisti, eravamo soggetti “passivi” rispetto alle politiche di prodotto da parte dei clienti, optammo per un cambio radicale di strategia: differenziare la produzione, ridurre il minimo d’ordine, puntare sulle confezioni per prodotti di vendita e non solo sul samping, così da garantire continuità produttiva e una più efficace gestione delle commesse.

Ma non solo… Fu proprio allora che iniziammo a “spingere” sulla costruzione di macchine destinate alla vendita, e non più a solo uso interno per la produzione conto terzi.

Con quali risultati?
In breve abbiamo ricevuto ordini importanti da grandi imprese del settore farmaceutico, tra cui quello della Wyeth Lederle (Pfizer Group), a cui abbiamo fornito una macchina per il confezionamento monodose di un prodotto antipulci e zecche per cani e gatti, destinato alla grande distribuzione. Un progetto di cui vado ancora orgoglioso, sviluppato in collaborazione con il personale tecnico dell’azienda, presso il nostro stabilimento: per due anni lavorammo in sinergia, eseguendo test scrupolosi sulle funzionalità della macchina, oltre che sui materiali, per trovare la composizione ottimale che garantisse la perfetta stabilità del polimero plastico.

Il cliente, pienamente soddisfatto, ha poi mantenuto con noi un rapporto di collaborazione stabile e proficuo, in virtù del quale siamo stati inseriti nell’elenco ufficiale dei suoi fornitori certificati.

Il progetto, inoltre, ci ha fornito una preziosa occasione per accrescere la nostra cultura aziendale, consolidando un modello di business “collaborativo” che da allora abbiamo fatto nostro.

Traguardi importanti per chi fa impresa. Ma non vi siete fermati. Cosa è cambiato negli ultimi anni?

Abbiamo perseguito con decisione e con successo, direi  l’obiettivo di farci conoscere a livello internazionale, anche grazie alla presenza sistematica a eventi eristici in tutto il mondo. Ma non abbiamo trascurato di investire in comunicazione, come ha sempre voluto Graziana Tassinari, sebbene, personalmente avessi qualche pregiudizio sul ruolo della pubblicità. Insomma, le nostre soluzioni sono innovative, ma per venderle è fondamentale saperle proporre e presentare al mercato. E dal momento che nessuno comprerà una macchina se non ha capito a cosa serve, occorre far conoscere e promuovere, in primo luogo, i vantaggi offerti dalla confezione, nel nostro caso, monodosi versatili, dalle molte possibili applicazioni e varianti. Ora più che mai sono fiero del lavoro svolto, soprattutto perché ho al mio fianco Mirko e Luca, i miei figli, entrati con discrezione in azienda, ma con tanta voglia di fare, di imparare e crescere.

E anche grazie a loro e alla loro volontà di “fare gruppo”, il passaggio generazionale non sarà un momento traumatico ma, semmai, un’ulteriore spinta al miglioramento.

Stefano Lavorini, Chiara Giannangeli
Pubblicato sulla rivista Italia Imballaggio Marzo 2018 pag. 53-57